Un momento di dialogo col ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, per confrontarsi su approcci e strategie per affrontare e cavalcare i cambiamenti innescati dalla crisi, guardando ai modelli e alle esperienze della cooperazione: questo il senso dell’incontro tenutosi il 30 novembre 2013 al Move Hotel di Mogliano Veneto (Treviso), organizzato da Legacoop Veneto e Legacoop Friuli Venezia Giulia, due associazioni che hanno scelto la via dell’integrazione e delle sinergie reciproche, guardando oltre i propri confini regionali.
Se da una parte sono state presentate al Ministro le strade innovative battute da Legacoop a Nord Est (esperienze cooperative di lavoratori per far ripartire le industrie in fallimento/workers buy out, nuove forme di mutualismo e secondo welfare, nuove frontiere della cooperazione sociale,…), dall’altra parte a Zanonato è stato domandato di farsi da “tramite” affinché siano restituiti al movimento cooperativo riconoscimento e dignità, una richiesta da troppo tempo disattesa dalla politica.
«Anche il movimento cooperativo è chiamato a compiere un salto di qualità per affrontare le sfide presenti e future, provando a coltivare l’ambizione di innovare se stesso. Noi abbiamo scelto di farlo con ottimismo, senza mai piangerci addosso, e mettendo al centro il lavoro e la crescita, in ogni settore di attività: dalla cooperazione industriale a quella sociale» ha affermato Adriano Rizzi, presidente di Legacoop Veneto, continuando: «È sacrosanto che esistano dei paracaduti da aprire in situazioni di emergenza per tutelare quanti restano senza lavoro, ma non possiamo più pensare che gli ammortizzatori sociali siano uno strumento risolutivo. Soprattutto in una situazione di crisi perdurante che limita, anno dopo anno, le disponibilità finanziarie dello Stato. È arrivato il momento, per tutti, di assumersi le proprie responsabilità. Perché se è vero che non ci sono più soldi, è altrettanto vero che ci sono numerose risorse da mettere in campo, a partire dalle reti sui territori. Serve su questo un cambio di marcia e prima ancora di mentalità. E le nostre storie raccontano di cooperative capaci di fare impresa, generare reddito e creare occupazione; in grado di interagire assieme a tutti gli altri soggetti, pubblici e privati, per promuovere sviluppo».
E nel Nordest, che tutti dicono soffrire di un cronico problema di sottocapitalizzazione delle pmi, la cooperazione è una forma di impresa che valorizza la patrimonializzazione; ha voluto sottolinearlo Enzo Gasparutti, presidente Legacoop Friuli Venezia Giulia, che ha detto: «Ora che i sistemi finanziari e bancari scoprono che l’insufficiente patrimonializzazione è il male principale delle nostre aziende, si comprende bene l’ingiustizia e il danno provocati dal mancato riconoscimento della cooperazione in tutti questi anni, visto che essa mette a fondamento proprio l’apporto economico dei soci». Gasparutti si è inoltre soffermato sulla green economy e in particolare sul decreto ministeriale dello scorso 13 aprile 2013 sulla sostenibilità ambientale dei consumi della PA: «Non va disatteso come è già successo in passato, ma va rafforzato nella sua applicazione. Gli "appalti verdi" sono, infatti, uno strumento di politica ambientale che può favorire lo sviluppo di un mercato di prodotti e servizi a ridotto impatto ambientale attraverso la leva della domanda pubblica».
Sul ruolo della cooperazione per il Paese va subito al sodo il ministro Zanonato, ricordando come essa rappresenti in Italia l’8% del PIL e quasi l’8% dell’occupazione complessiva e quindi sia «una realtà di straordinaria rilevanza». Ed elencando i tre macroambiti di azione del Mise a sostegno della cooperazione, il ministro ha aggiunto: «Stiamo promuovendo la cultura della cooperazione quale nuova visione del fare impresa ed eccellenza sulla quale occorre insistere. Stiamo inoltre lavorando per combattere la cooperazione spuria e le false cooperative, rafforzando i controlli e il rispetto delle norme, innanzitutto a tutela dei lavoratori ma anche dei mercati, e allo stesso tempo a garanzia dell’immagine della cooperazione sana. Infine siamo impegnati nel favorire l’accesso ai fondi europei da parte della cooperazione, soprattutto su progetti di innovazione tecnologica, a sostegno dell’occupazione giovanile e delle startup. Ci stiamo muovendo nel segno di una riprogrammazione degli aiuti che vengono dai fondi europei e che non sono stati previsti anche per la cooperazione. Approfitteremo del ruolo che copriamo in Europa, perché tali risorse siano utilizzate in questa direzione. È incredibile quante siano quelle che restano inutilizzate, e dobbiamo davvero lavorare per recuperarle».
Al centro della mattinata, anche il ruolo del sistema cooperativo nella copertura di quella parte di servizi che, a fronte di uno Stato non più in grado di garantirli, possono essere integrati con il mutualismo cooperativo. Da qui l’esperienza nazionale di “Fare Mutua” che, a partire dalla cooperazione di consumo, si candida a offrire queste prestazioni. «Sanità, assistenza alle persone anziane e ai disabili, integrazione pensionistica e assicurativa: sono questi i beni di consumo che riempiranno sempre più i carrelli della spesa degli italiani – ha spiegato Paolo Cattabiani, presidente di Coop Consumatori Nordest -. È nel cosiddetto “secondo welfare” (complementare e non sostitutivo del “primo welfare”, quello universalistico) che possono trovare spazio le iniziative di inclusione, capaci di organizzare la nuova domanda e di offrirvi risposta».
Nel corso della tavola rotonda è stata data voce anche alle cooperative, che attraverso le loro storie hanno testimoniato la capacità di creare crescita e sviluppo. A partire dal lavoro, sul fronte della cooperazione industriale, e in particolare del workers buy out quale possibile risposta allo stato di crisi delle imprese. Fra le esperienze delle cooperative di lavoratori che (auto)costituendosi in questa forma di impresa hanno fatto ripartire le industrie in fallimento, quella della D&C Modelleria società cooperativa di Vigodarzere, nata dal crash dell’ex Modelleria Quadrifoglio srl (maggio 2010). Per continuare l’attività i dipendenti si sono subito costituiti in cooperativa. Ebbene, la cooperativa è riuscita a rilevare il ramo di azienda dopo un solo anno, e oggi continua a produrre stampi e modelli per fonderie. Nel racconto del vicepresidente Gabriele Busato, l’evidenza di come si possa scegliere un uso diverso degli ammortizzatori sociali: i lavoratori si sono fatti anticipare l’indennità di mobilità e l’hanno destinata alla creazione del capitale sociale.
Ma di tutti i settori, è la cooperazione sociale ad aver dimostrato sinora la maggior tenuta alla crisi, mantenendo tra l’altro una significativa capacità di crescita (i dati del censimento Istat dicono che in 10 anni, dal 2001 al 2011, la cooperazione sociale complessivamente intesa in Italia è cresciuta del 98%, quanto a numero delle imprese, occupati e valore di produzione) e continuando a creare nuovi posti di lavoro. Oggi Legacoop Veneto conta circa 100 cooperative sociali che, oltre a erogare servizi sociosanitari ed educativi (assistenza agli anziani e ai disabili, assistenza a domicilio, gestione di asili nido,…) a più di 100mila cittadini, danno lavoro a circa 8mila persone (di cui 1.000 svantaggiate), ossia quasi un terzo dei complessivi addetti impiegati nella cooperazione sociale veneta.
I risultati della cooperazione sociale sono eccellenti in particolare rispetto all’occupazione femminile e alla presenza delle donne nei ruoli di organizzazione, direzione e governo delle imprese. Come ha ricordato Emilia Carlucci, presidente di Rochdale, cooperativa sociale di Mestre (Venezia) che ha come mission l’inserimento di lavoratori svantaggiati. Al ministro Zanonato è stata affidata tutta la stanchezza rispetto al perpetuarsi di una visione del welfare, della tutela dell’ambiente e della cultura come meri costi e “lussi” da tagliare in tempo di crisi, quando invece si tratta di «attività non delocalizzabili dal notevole potenziale di crescita e creazione di posti di lavoro». Fra le istanze portate al tavolo di discussione stamane dalla Carlucci, la necessità di arrivare, finalmente, a una definizione dei Livelli essenziali di assistenza sociale e a una rete di risposte sostenibili e di qualità.